Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente

lunedì 10 aprile 2017

Il segreto di Betania


di Gennaro Cangiano. 

Leggiamo questo brano del capitolo 14 del Vangelo di Marco (vv. 1-11) con molta attenzione:

1Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. 
2Dicevano infatti: "Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo".
3Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sul suo capo. 
4Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: "Perché tutto questo spreco di olio profumato? 5Si poteva benissimo vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!". Ed erano infuriati contro di lei. 
6Allora Gesù disse: "Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; 
7i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. 
8Essa ha fatto ciò ch'era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 
9In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto".
10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. 
11Quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione opportuna per consegnarlo.

Il complotto per uccidere Gesù e il tradimento di Giuda sono la “cornice oscura” che fa risaltare la “luminosità” del quadro che in questi versetti ci viene offerto. Marco ci ha richiamato che, nel contesto della Pasqua, è in atto uno scontro. Mentre la volontà del Padre vuole realizzarsi portando salvezza, progetti oscuri di male si adoperano per eliminare questo grande dono. Il male non ha invaso solo il cuore dei sommi rappresentanti di Dio, ma è addirittura entrato nella cerchia degli intimi di Gesù. L’antico male, che aveva allontanato i nostri progenitori dal Creatore, dando loro l’ingannevole illusione che avrebbero trovato di meglio fidandosi delle creature, ora ha preso anche il cuore di Giuda. Dunque nel contesto di un Amore che tutti vuole salvare e di un Peccato che non risparmia nessuno (nemmeno la ristretta cerchia dei Dodici), Marco ci offre un episodio che pone al centro Colui che è venuto a compiere la volontà del Padre, facendosi carico del peccato di tutti. Troviamo Gesù a Betania. Questo villaggio è nel territorio di Gerusalemme, ma fuori dalle mura, allo sbocco della strada che da Gerico arriva alla Città santa. Qui Gesù frequentava spesso la casa dei suoi amici Lazzaro, Marta e Maria (cfr. Lc. 10, 38 ss) e molto probabilmente questo era il suo abituale punto di appoggio quando veniva a Gerusalemme. Il nome Betania può significare “Casa” (bet) del “povero” (ani) ed è nominata tre volte nel racconto dell’ingresso messianico di Gesù. Ci viene detto che Gesù è in casa di “Simone il lebbroso” ed è “a mensa“. Egli non è più per via, non è più nelle piazze, è come se Lui fosse già arrivato a casa, proprio nella casa del povero, anzi, del “lebbroso” (del “morto”, poiché la lebbra era sinonimo di emarginazione, di morte). Non a caso lo troviamo seduto a mensa, “luogo della comunione”. Gesù è proprio lì per far “comunione” con il povero, con il lebbroso, con il morto, cioè con tutta l’umanità. In questo ambito “giunge una donna“. Ella non ha nome, né volto, perché ciascuno possa chiedersi chi è e se si possa riconoscere in lei. Possiamo notare come l’evangelista ci tenga ad evidenziare alcuni elementi che mettono in risalto l’importanza della piccolezza. Infatti, la casa in cui si trova Gesù, rispetto all’universo, è piccola; la mensa, rispetto alla casa, è ancora più piccola; la donna che entra in quella casa è ancora più piccola di Simone il lebbroso (perché essere una donna, per i tempi di allora, significava essere considerati poco) e il vasetto che ella tiene in mano, è ancora più piccolo di lei. Questo vasetto, pur tanto piccolo, contiene “un olio profumato di nardo genuino di gran valore”. Esso può richiamarci quel “vaso” in cui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col. 2,9) cioè il corpo di Gesù. Questo vasetto trasparente, di alabastro, vuole indicarci che nella persona di Gesù, è riflesso il Dio “grande” che si è fatto talmente piccolo fino ad arrivare a consegnarsi nelle mani degli uomini. In questo vasetto c’è un olio profumato dal nardo, una preziosa essenza orientale. Esso richiama tutto l’amore di Dio presente in Gesù; quell’Amore che, come un profumo, tenderà a riempire di sé tutta la terra, una volta che il vaso verrà rotto. Si sottolinea che esso è “genuino” (in greco “pisticòs” cioè “atto a suscitare la “pistis”, cioè la fede). Qui Marco gioca con un termine che normalmente non si usa per un prodotto; molto probabilmente vuol suggerirci che, se viene preso sul serio, ne viene arricchita la nostra fede. La preziosità di questo unguento (viene detto che è di “gran valore”, viene valutato 300 denari: lo stipendio annuale di un operaio) dice quanto la donna ritenga importante Gesù. Ella versa questo unguento sul Suo capo, riconoscendo così il suo Signore. L’olio, per sua natura, tende a divenire una cosa sola con chi lo riceve. Nel gesto della donna possiamo perciò vedere un amore che tende a divenire una cosa sola con quell’Amore che riconosce in Gesù. Intuiamo che, mentre la “cornice” ci portava nei meandri più oscuri della malvagità umana, questo gesto silenzioso ci porta invece dentro una forte intimità: dentro all’incontro di due amori. Ma... Alcuni  “si adirarono entro se stessi“.
Nella casa dell’ “amore”, di fronte al gesto “nuziale” della donna si scatena un nervosismo, un disappunto interiore, che sbotta dicendo: “A che pro questo spreco?”. Purtroppo nella casa del povero c’è chi ragiona da “ricco”; c’è chi pensa di avere il potere di sapere come destinare l’amore, dove dirigerlo, cosa farne. Chi non entra nella logica di Dio vede l’amore gratuito come uno spreco, una perdita. Proprio da questa gente verranno tirati in ballo “i poveri”. (cfr. Gv. 12, 4ss) “Poteva essere venduto a più di trecento denari, da darli ai poveri!” L’egoismo, per coprirsi, si serve dei poveri!
Emerge così la meschinità del calcolo umano: essi (che come la donna non hanno nome, né volto perché ciascuno possa chiedersi chi sono e se si possa riconoscere in loro) mettono in discussione quel gesto genuino, atto a suscitare la fede, arrivando a quantificare il bene che si poteva fare al posto di quello spreco. E “fremevano”, cioè bollivano talmente dentro se stessi da sbuffare, manifestando con mormorii il loro disappunto contro la donna. Vorrebbero cambiare lei, quando invece dovrebbero cambiare se stessi. 
Il “Gesù genuino”, come quel profumo, non l’abbiamo sempre. L’abbiamo solo nel momento in cui si dona. Se noi roviniamo quel momento, fosse anche in nome dei poveri, noi perdiamo tutto. E’ vero che Gesù “è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo“ (Mt. 28 ), ma se non riusciamo a riconoscerlo e a privilegiarlo nel suo atto di donarsi, nella sua Passione e Morte, non riusciremo mai a cogliere con verità la sua presenza nella nostra vita. Lui ci sarà, ma noi non lo riconosceremo, perché lo abbiamo perso nel momento in cui Lui ci veniva vicino, ci offriva il capo perché versassimo quell’unguento di gran valore. Quella donna invece ha colto questo momento

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